Due cristiane sopravvivono a due anni di terrore sotto lo SI

Quando lo SI invase la pianura di Ninive in agosto 2014, non tutti riuscirono a fuggire. Due cristiane anziane rimaste a Qaraqosh soffrirono per due anni sotto il terrore degli estremisti. Liberate in ottobre 2016, quando l’esercito iracheno riconquistò la città, CSI ha incontrato una di loro.

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Succede raramente che la vita cambi completamente da un momento all’altro. Questo successe però a Zarifa, 75 anni, il 7 agosto 2014 allo svegliarsi nella sua casa a Qaraqosh. Fino a quel giorno Qaraqosh era, con 50 000 abitanti, la più grande città cristiana nella piana di Ninive. Praticamente tutti gli abitanti riuscirono a fuggire prima della conquista della città da parte dello Stato islamico (IS), in quella stessa notte. “Neanche uno dei vicini di casa era rimasto”, si ricorda Zarifa, quando John Eibner e io la visitammo. Era ormai per lei troppo tardi; una fuga col marito gravemente malato sarebbe stato ad ogni modo impossibile. Lo sposo morì tre settimane più tardi – a Zarifa fu vietato partecipare al funerale.

Insultata e forzata a convertirsi all’islam

Zarifa andò a vivere a casa di un parente e di Badria, una donna anziana quasi cieca, sorda e immobile. A intervalli regolari apparivano jihadisti che tormentavano il parente; lo afferravano alla cintura e lo trascinavano per terra. “Tutti i cristiani a Erbil sono morti”, gridavano. “Abbiamo ammazzato tutti i tuoi figli”. Isolati com’erano dal mondo intero, il povero uomo non sapeva che Erbil non era affatto caduta allo SI. Tormentato dalla tortura psicologica, cominciò a perdere la ragione. Un giorno sparì – le due donne erano ormai abbandonate a se stesse.

Una notte irruppero combattenti islamici in casa, le fasciarono gli occhi e le spinsero in una macchina per portarle a Erbil. “Mi sono tuttavia presto reso conto che la strada non era quella per Erbil”, dice Zarifa. Furono invece portate a Mossul, dove le donne, per rimanere in vita, dovettero far finta di convertirsi all’islam. Con il pretesto che non c’era più posto nella casa di riposo, furono messe in prigione. Fortunatamente una co-detenuta intervenne a loro favore, e dopo quattro giorni furono rilasciate e riportate a Qaraqosh.

Dipendenti dalla benevolenza degli jihadisti

Zarifa e Badria ricevettero la promessa di essere sostenute, e, in effetti, i terroristi le portarono regolarmente cibo, alcune volte persino pollo. Un giorno, uno di loro propose di ripprovare a sistemarle nella casa di riposo di Mossul. Siccome di nuovo non c’erano posti liberi, furono semplicemente abbandonate per strada. Un autista di passaggio ebbe compassione delle due donne piangenti e tremanti per il freddo e le riportò a casa.

Dopo sei mesi di occupazione, uno jihadista venne a casa loro e le costrinse a consegnarli tutti gli oggetti di valore. “Per tre volte mi minacciò con il suo fucile”, si ricorda Zafira, gli occhi pieni di dolore. Tre giorni di seguito tornò dalle donne per umiliarle e portare via tutto quello che le era rimasto.

Salve

Il 17 ottobre 2016 cominciò l’offensiva per liberare Mossul e dintorni. A Qaraqosh i combattimenti durarono due settimane, e per tutto questo tempo Zarifa e Badria dovettero rimanere senza acqua corrente né elettricità. Non ricevettero più neanche cibo, erano alla mercé di artiglieria e bombardamenti aerei. “Era angosciante”, sostiene Zarifa. “Aspettavamo una morte imminente”.

A fine ottobre la riconquista della città era completa. Quando i soldati dell’esercito iracheno e di una milizia cristiana (NPU) andavano di casa in casa per disinnescare bombe e trappole esplosive, scoprirono le due donne. Il nipote di Zarifa riuscì solo a stento a credere che la zia fosse viva, e portò lei e l’amica nelle vicinanze di Erbil, dove abita con la famiglia da quando sono fuggiti da Qaraqosh. Nessuno sa se Zarifa, sua famiglia e tutti gli altri profughi cristiani potranno mai tornare a vivere in sicurezza nella piana di Ninive.

Progetto Iraq: CSI distribuisce aiuti per l’inverno ai profughi nel Kurdistan

A due anni dalla loro fugo dinanzi all’avanzata degli estremisti dello SI, i profughi rifugiatosi in Kurdistan sono ancora dipendenti dall’aiuto umanitario. In collaborazione con Hammurabi, un’organizzazione per i diritti umani irachena, CSI assiste principalmente cristiani e yazidi, le due comunità particolarmente toccate dal terrorismo islamico. Per l’inverno 2016/2017 CSI distribuisce vestiti caldi, fornelli e articoli per l’igiene.

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